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Siddharta

Messaggio Da Elisetta il Mar Lug 01 2008, 17:27

« Le parole non colgono il significato segreto, tutto appare un po' diverso quando lo si esprime, un po' falsato, un po' sciocco, sì, e anche questo è bene e mi piace moltissimo, anche con questo sono perfettamente d'accordo, che ciò che è tesoro e saggezza d'un uomo suoni sempre un po' sciocco alle orecchie degli altri »

Elisetta

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Un giorno perfetto

Messaggio Da chiara brum brum il Mar Lug 08 2008, 16:39

Roma si addormenta lentamente, sprofondando nel torpore della notte. In lontananza echeggia una sirena. Gli ultimi autobus, vuoti e illuminati, sfrecciano sull’asfalto umido, e nell’edicola un uomo intabarrato in un giaccone sistema una pila di giornali. Davanti al Viminale alcuni operai del gas, arancioni nei giubbotti fosforescenti, aggiustano un tubo. Hanno acceso un fanale che squarcia la condensa, fantomatico e accecante. Ogni tanto sibila la fiamma ossidrica, sprizzando fasci di scintille. La volante della polizia, con la sirena che ulula, risale via Cavour, costeggia la basilica e i fagotti che dormono sulle panchine, svolta a destra e imbocca via Carlo Alberto.

Il lampeggiante proietta un’ombra azzurra su due neri o magrebini o indiani che affrettano il passo e vengono graziati dallo schermo di un furgone. La strada è larga, i numeri civici non si leggono nella penombra gialla dei lampioni. Gli agenti superano macchine in doppia fila davanti ai cassonetti e uno sguattero che trascina in strada due sacchi neri coi rifiuti di un ristorante. Sbucano in piazza Vittorio senza aver individuato il numero 17. Costeggiano i portici, dal giardino proviene l’eco di un alterco e un risuonare di cocci. Riprendono via Carlo Alberto in senso inverso. I palazzi sono alti, incombenti, le strade dritte come un’anomalia. In fondo alla via, la cuspide piramidale del campanile di Santa Maria Maggiore sembra un’ospite di un’altra epoca. Negozi di abbigliamento cinesi e di bigiotteria da quattro soldi, una parrucchiera nigeriana specializzata in acconciature afro, phone center per chiamare il Pakistan e le Filippine a poco prezzo, la botteguccia antiquata di un barbiere, sopravvissuta ai mutamenti del rione, hotel a due e tre stelle per turisti senza pretese. Gli agenti passano e ripassano più volte davanti agli stessi edifici, agli stessi negozi, alle stesse insegne, prima di capire che il palazzo che cercano è lo stesso che ospita l’albergo Jubileum – l’insegna al neon diffonde sul marciapiede sottostante un alone spettrale di luce.

L’agente semplice indica il numero 17, tutto soddisfatto di essere stato lui a individuarlo. Chi mai abiterebbe al civico 17? Uno che non ha paura della sfortuna. Uno felice. In cima a una ripida scala, la porta a vetri incorniciata da un’intelaiatura di alluminio è chiusa. L’agente scelto scende e l’altro, appena arrivato nella capitale da un buco di provincia, lo segue docile ubbidiente voglioso di mettersi in buona luce. Non gli hanno spiegato cosa è successo al 17, solo che un vicino ha segnalato queste grida – colluttazione tonfi sospetti. E loro sono accorsi subito.

Nell’atrio dell’albergo non c’è nessuno – dietro il bancone solo il quadro delle chiavi, vuoto: i clienti non approfittano delle occasioni notturne di Roma e si sono già ritirati nelle stanze. Sul citofono del condominio, qualche nome straniero, polacco forse, e sull’etichetta scritta a pennarello un nome sbiadito quasi illeggibile, che però gli sembra di conoscere: BUONOCORE. L’agente scelto spera che non sia quel Buonocore. È uno bravo, uno di noi. Ma del resto è un cognome così comune. Poiché la porta a vetri è chiusa, pigia uno dopo l’altro tutti i tasti del citofono. Sente lo squillo stridulo risuonare nella quiete degli appartamenti.

Il palazzo è in via di restauro, la parte inferiore della facciata coperta da impalcature schermate da un telone sul quale un calciatore famoso para un rigore scagliando la palla verso la traversa e volando nel cielo con gesto plastico perfetto. Siccome tifa per la Roma, quel gesto plastico perfetto gli sembra un deliberato affronto ed è contento di non abitare qui e di non doverlo vedere tutti i giorni. Il gigantesco portiere di stoffa nasconde le finestre, le persiane e la luce che filtra dalle imposte. Ma forse non filtra luce perché sono tutti addormentati, tranquilli, evidentemente il tizio allarmato soffre d’insonnia e fracassa l’anima ai vicini e alle forze dell’ordine. Che rottura, questa chiamata a mezzanotte, proprio quando stava per staccare. Non risponde nessuno. Suona di nuovo, a lungo. La notte è vuota, nebbiosa, la realtà una strada innaturalmente morta, punteggiata da alberi infreddoliti, attraversata da fantasmi rapidi e muti, un silenzio che il buio rende sconfinato.

«Che facciamo se non apre?» chiede l’agente semplice, preoccupato. L’agente scelto non risponde. «Siete voi?» biascica finalmente una voce assonnata. «È lei che ha chiamato? Apra, polizia.»

Cercano l’ascensore, ma non c’è. I due agenti salgono sbuffando su per scale ripide, fra pareti bianche adorne di scarpate. Intravedono corridoi tetri che spariscono nel buio: vi affacciano decine di porte scompagnate, malmesse, istoriate di graffi. La convocazione dell’assemblea condominiale langue ignorata a ogni piano. All’ordine del giorno, il problema dell’infiltrazione dal terrazzo condominiale nell’attico. Il palazzo è il più alto della strada. Non finiscono più di salire. Al sesto piano, dalla porta socchiusa spuntano il muso di un cagnaccio mugolante e la faccia gessosa del tizio che ha chiamato il 113, un nano in canottiera e ciabatte, la cui smorfia lascia trapelare un’avida fame di sangue, notorietà, interviste. I vicini che non si fanno mai gli affari loro, ma, comunque, inutili anche nell’evenienza peggiore. «È qui al 27», borbotta il vicino, intimidito dalle divise e timoroso di brutta figura, «mi pareva di avere sentito chiamare aiuto, ma è da un po’ che non si sente più niente, mi dispiace che mi sono sbagliato.» L’agente semplice ansima, tirando il fiato. L’altro si pulisce le scarpe su uno zerbino a forma di gatto. A lato della porta c’è una kenzia con le foglie impolverate. La terra nel vaso è secca, squamata in zolle dure come cemento: la pianta sta morendo di sete. L’agente scelto suona ilcampanello dell’interno 27. Fissa ottusamente la targhetta d’ottone: le lettere BUONOCORE stanno scomparendo, corrose dalla lebbra. «Che facciamo? Questo non risponde», mormora l’agente semplice.

Dall’appartamento n.27 provengono delle voci – come un brusio indistinto. Chi c’è là dentro? Prima abitavano tutti qui, ha detto il vicino – i regazzini facevano un casino d’inferno, andavano coi pattini in terrazzo, protestare era inutile con Buonocore, un prepotente che si credeva il padreterno, poi la madre se li era portati via e non si erano più visti. Ma queste non sono voci di bambini. Una cantilena monotona – salmodiante. Un uomo, senza dubbio.

Forse Buonocore è ubriaco o strafatto e perciò non in grado di rispondere al telefono o aprire questa maledetta porta. Forse stava giocherellando con la pistola d’ordinanza ed è partito un colpo. Ma cinque? Il vicino sostiene di averne sentiti almeno cinque.

«È sicuro che si è trattato di spari?» «Be’, non ci posso mettere la mano sul fuoco», si rinnega il vicino, «era parecchio attutito, come se ci aveva messo davanti, che ne so, un cuscino.» Poi, con uno scatto d’orgoglio, aggiunge, «ma insomma, tiro alle beccacce, lo conosco il botto dello sparo. Quella gridava aiuto aiuto aiutatemi. Non me lo sono sognato». «E dopo, è uscito qualcuno?» «No, nessuno. L’avrei sentita, la porta che si chiude. Qua si sente tutto, i muri sono di cartone. Quei due si litigavano sempre, si tiravano dietro i piatti, le bottiglie, i posaceneri, una volta ho pure chiamato i carabinieri, ma ormai era tutto tranquillo, lei era andata via.»

«Torna alla macchina e chiedi istruzioni», ordina l’agente scelto. Toccano al pivello i sei piani supplementari e la vista del portiere nemico che vola e si beffa di Roma. Si siede sullo scalino e s’accende una sigaretta. La cenere brilla nel buio. Aspetta. Non sa cosa è successo, dietro quella porta.

Se la sua presenza è utile, necessaria, superflua, o perfino dannosa. Guarda continuamente l’orologio.

I minuti si ingorgano nel quadrante. Il tempo è un meccanismo inceppato. Non succede niente. Niente passi, né voci – nessun rumore. Nel silenzio che dilaga, avverte il battito sordo del suo cuore. E ha l’impressione di sentire, in quella casa, la vita sospesa, indifferente, oscura.

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Re: pagine di letteratura

Messaggio Da NTNMRC il Mar Lug 15 2008, 11:39

Nessuno riporta una citazione dal Libro per antonomasia?
Nu' se po' lavurà cussì....

NTNMRC

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Woody Allen

Messaggio Da Elisetta il Gio Lug 17 2008, 18:21

Tanto per cominciare si dovrebbe iniziare morendo, e così tricchete tracchete il trauma è bello che superato. Quindi ti svegli in un letto di ospedale e apprezzi il fatto che vai migliorando giorno dopo giorno. Poi ti dimettono perché stai bene e la prima cosa che fai è andare in posta a ritirare la tua pensione e te la godi al meglio. Col passare del tempo le tue forze aumentano, il tuo fisico migliora, le rughe scompaiono. Poi inizi a lavorare e il primo giorno ti regalano un orologio d'oro. Lavori quarant'anni finché non sei così giovane da sfruttare adeguatamente il ritiro dalla vita lavorativa. Quindi vai di festino in festino, bevi, giochi, fai sesso e ti prepari per iniziare a studiare. Poi inizi la scuola, giochi con gli amici, senza alcun tipo di obblighi e responsabilità, finché non sei bebè. Quando sei sufficientemente piccolo, ti infili in un posto che ormai dovresti conoscere molto bene. Gli ultimi nove mesi te li passi flottando tranquillo e sereno, in un posto riscaldato con room service e tanto affetto, senza che nessuno ti rompa i coglioni. E alla fine abbandoni questo mondo in un orgasmo!

Elisetta

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..memento (mori)

Messaggio Da lupa il Lun Set 01 2008, 16:20

In questo mondo ci sono soltanto due tragedie: una è il non avere ciò che si desidera, l’altra è ottenerlo. Quest’ultima è la peggiore, quest’ultima è la vera tragedia.
Oscar Wilde

lupa

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..autoreferenzialità

Messaggio Da lupa il Gio Set 04 2008, 17:08

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..non ditemi che non vi piace!! cat

lupa

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Re: pagine di letteratura

Messaggio Da chiara brum brum il Gio Set 04 2008, 17:13

Mi piace! Ti sei ispirata a questo artista per i disegni che fai?

chiara brum brum

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Re: pagine di letteratura

Messaggio Da lupa il Ven Set 05 2008, 09:38

Grazie, dolcissima Chiara!! se non ci fossi tu ad apprezzarmi..
Il disegno è dell'ineffabile J. J. Grandville, un illustratore francese dell'Ottocento un po' eccentrico che mi piace moltissimo e che utilizzo spesso come fonte d'ispirazione per i miei dilettanteschi lavori.
Visto che sei sempre così carina con me e che condividi la mia passione per Frida, appena posso posto la foto di un mio dipinto a tempera che trae spunto da alcune opere della mitica artista messicana!!
a presto

lupa

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Re: pagine di letteratura

Messaggio Da chiara brum brum il Ven Set 05 2008, 09:54

Sono in trepida attesa di vedere il tuo dipinto! bounce

chiara brum brum

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Amleto – atto III, scena I

Messaggio Da Elisetta il Lun Set 15 2008, 09:39

Essere o non essere, questo è il problema. È forse più nobile soffrire, nell'intimo del proprio spirito, le pietre e i dardi scagliati dall'oltraggiosa fortuna, o imbracciar l'armi, invece, contro il mare delle afflizioni, e, combattendo contro di esse metter loro una fine? Morire, dormire. Nient'altro. E con quel sonno poter calmare i dolorosi battiti del cuore, e le mille offese naturali di cui è erede la carne! Quest'è una conclusione da desiderarsi devotamente. Morire, dormire. Dormire, forse sognare. È proprio qui l'ostacolo; perché in quel sonno di morte, tutti i sogni che possan sopraggiungere quando noi ci siamo liberati dal tumulto, dal viluppo di questa vita mortale, dovranno indurci a riflettere. È proprio questo scrupolo a dare alla sventura una vita così lunga! Perché, chi sarebbe capace di sopportare le frustate e le irrisioni del secolo, i torti dell'oppressore, gli oltraggi dei superbi, le sofferenze dell'amore non corrisposto, gli indugi della legge, l'insolenza dei potenti e lo scherno che il merito paziente riceve dagli indegni, se potesse egli stesso dare a se stesso la propria quietanza con un nudo pugnale? Chi s'adatterebbe a portar cariche, a gèmere e sudare sotto il peso d'una vita grama, se non fosse che la paura di qualcosa dopo la morte – quel territorio inesplorato dal cui confine non torna indietro nessun viaggiatore – confonde e rende perplessa la volontà, e ci persuade a sopportare i malanni che già soffriamo piuttosto che accorrere verso altri dei quali ancor non sappiamo nulla. A questo modo, tutti ci rende vili la coscienza, e l'incarnato naturale della risoluzione è reso malsano dalla pallida tinta del pensiero, e imprese di gran momento e conseguenza, devìano per questo scrupolo le loro correnti, e perdono il nome d'azione.

Elisetta

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Re: pagine di letteratura

Messaggio Da chiara brum brum il Mer Set 17 2008, 15:35

Oriana Fallaci, Lettera a un bambino mai nato
Rizzoli, 1997
Recensione

Scritto nel 1975 in seguito alla perdita di un figlio, Lettera ad un bambino mai nato è un libro di non più di cento pagine, in cui Oriana Fallaci riesce a condensare il travaglio di una donna di fronte ad una maternità inaspettata. È un libro complesso, del quale il titolo suggerisce solo l'epilogo drammatico. Il lettore può esserne ingannato, e aspettarsi fin dalle prime pagine di assistere allo sfogo femminista di chi vuole far valere e imporre una posizione. In realtà non è così. Il libro ha il pregio di trattare un tema spinoso come quello dell'aborto lasciandolo però sullo sfondo, facendo emergere, invece, il tema centrale della maternità, che si snoda attraverso il dialogo di una donna con il bimbo che porta in grembo.
Seguendo questo filo conduttore, come fosse un cordone ombelicale, si ricostruisce la vita, le paure e le gioie di una donna, senza un volto e un nome preciso, incarnazione dei sentimenti di chi come lei ha dovuto affrontare la scelta di essere madre. Accettare questo ruolo non è semplice. Per una donna sola la scoperta di portare in grembo un figlio può essere un ostacolo. È così anche per la protagonista, che inizia un estenuante e doloroso monologo con il figlio — e soprattutto con se stessa — alla ricerca di una risposta.
È così che si scontra con la propria mente e soprattutto con il proprio cuore, che da subito la obbliga ad una scelta: accettare un figlio e impegnarsi a crescere con lui. Tra i due si instaura un legame particolare: da un lato ci sono affetto, amore, complicità, e dall'altro i litigi, contrasti e rimpianti di due esseri distinti ma uniti in un'unica persona. Ecco quindi la donna che si scopre madre nel seguire con la mente ogni minuscolo cambiamento del proprio ventre e del figlio, come per rendersi conto appieno della scelta fatta. Poi, subito dopo, la paura e la richiesta d'aiuto per continuare a scegliere la vita alla morte: «Come faccio a sapere che non sarebbe giusto buttarti via? […] darei tanto bambino perché tu mi aiutassi con un cenno, un indizio». E il bimbo sceglie: non verrà mai al mondo, lasciando che il rimorso e l'angoscia portino inconsapevolmente la madre a seguire un destino altrettanto crudele, rinunciare alla propria esistenza.
Durante gli interminabili dialoghi, Oriana Fallaci riesce a fare emergere la paura di una donna di fronte alla propria vita e alla società. Attraverso altri protagonisti della sua vicenda, la realtà quotidiana viene sminuzzata e rivissuta attraverso l'ostilità del medico, la vigliaccheria del padre del bimbo, il femminismo dell'amica, la comprensione dei genitori, il sostegno della dottoressa, e la superficialità del datore di lavoro. Un intero mondo con cui confrontarsi. Ogni personaggio incarna un pezzetto di una verità mai univoca, che non esita a minare la certezza della scelta iniziale e a insinuare il dubbio.
Nel libro emerge così anche il filone etico. Un'interminabile sequenza di domande che la protagonista ossessivamente pone a se stessa: a quale scopo soffrire? Perché il diritto all'esistenza di un essere appena abbozzato deve prevalere su chi è già vita? E ancora, quando la vita è vita? Il libro di Oriana Fallaci non prende mai posizione ed è questo il suo miglior pregio. Pur anticipato dal titolo, l'attesa dell'esito finale crea suspense grazie alla capacità della scrittrice di affrontare un tema moderno e scottante senza imporre una chiave di lettura. Anzi, nel finale, la scrittrice sembra volere interrogare proprio il lettore.
Il nodo del libro infatti è il processo che la donna, dopo avere perso per sempre il figlio, si trova ad affrontare attraverso un sogno allucinato. Si trova proiettata all'interno di un tribunale, dietro le sbarre di una gabbia, mentre la propria coscienza viene processata. Tra i giudici, i sette protagonisti della sua vita e il figlio, ormai adulto. È allora che le posizioni si ribaltano: è quest'ultimo adesso ad avere tra le mani la vita della madre e a dovere emettere la sentenza.

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Re: pagine di letteratura

Messaggio Da chiara brum brum il Mer Set 17 2008, 15:44

Oriana Fallaci
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
« Vi sono momenti, nella Vita, in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo. Un dovere civile, una sfida morale, un imperativo categorico al quale non ci si può sottrarre »
(Oriana Fallaci, La rabbia e l'orgoglio)
Oriana Fallaci
Oriana Fallaci (Firenze, 29 giugno 1929 – Firenze, 15 settembre 2006) è stata una scrittrice e giornalista italiana. Fu la prima donna in Italia ad andare al fronte in qualità di inviata speciale. Come scrittrice, con i suoi dodici libri ha venduto venti milioni di copie in tutto il mondo.
L'apporto alla Resistenza italiana [modifica]
Oriana Fallaci negli anni Cinquanta.Oriana Fallaci è la prima di tre sorelle: Neera e Paola, anch'esse giornaliste e scrittrici. Il padre Edoardo fu un attivo antifascista che coinvolse la figlia, a soli dieci anni, nella resistenza con compiti di vedetta. La giovane Oriana si unì così al movimento clandestino della Resistenza Giustizia e Libertà[1], vivendo in prima persona i drammi della guerra: nel corso dell'occupazione di Firenze da parte dei nazisti, il padre fu catturato e torturato a villa Triste, ed in seguito rilasciato mentre la Fallaci fu impegnata come staffetta per trasportare munizioni da una parte all'altra dell'Arno attraversando il fiume nel punto di secca dal momento che i ponti erano stati distrutti dai tedeschi.
Per il suo attivismo durante la guerra ricevette a 14 anni, nel 1943, un riconoscimento d'onore dall'Esercito Italiano.
L'esordio nel giornalismo [modifica]
Dopo aver frequentato il Liceo Classico la Fallaci si iscrisse alla facoltà di medicina che lasciò ben presto per dedicarsi al giornalismo esortata dallo zio Bruno Fallaci, grande penna e direttore di settimanali.
Esordisce al Mattino dell'Italia centrale, quotidiano di ispirazione democristiana, dove si occupa di svariati argomenti dalla cronaca nera e giudiziaria al costume. Licenziata dal quotidiano si trasferì a Milano per lavorare al settimanale Epoca di Mondadori allora diretto da suo zio Bruno Fallaci che per non favorirla le affidava degli "incarichi infami" [2].
Nel 1951 viene invece pubblicato il suo primo articolo per L'Europeo. Per l'Europeo si occupa di modernità, mondanità, ma anche di cronaca nera. Nel luglio 1956 Oriana Fallaci giunse per la prima volta a New York per occuparsi di divi e mondanità. Da quest'esperienza venne tratto il suo primo libro, I sette peccati di Hollywood, dove racconta i retroscena della vita mondana di Hollywood. La prefazione del libro è scritta da Orson Welles.
Gli anni '60 [modifica]
Nel 1961 realizzò un reportage sulla condizione della donna in Oriente che poi diventa il primo vero successo editoriale della Fallaci scrittrice, Il sesso inutile.
Alla vigilia dello sbarco americano sulla Luna la Fallaci partì per gli USA per andare ad intervistare astronauti e tecnici della NASA. Nel 1965 pubblicò il libro Se il sole muore, diario di quest'esperienza che la scrittrice dedica a suo padre. Per scrivere il libro incontrò il capo progetto della missione, l'ex scienziato nazista Wernher von Braun, colui che aveva progettato per Hitler i razzi V2 da sparare su Londra.
Nel 1967 si recò in qualità di corrispondente di guerra per L'Europeo in Vietnam. Ritornerà nel paese dell'Indocina 12 volte in 7 anni raccontando la guerra criticando sia i Vietcong e i comunisti sia gli statunitensi e ai Sudvietnamiti, documentando menzogne e atrocità ma anche gli eroismi e l'umanità di un conflitto che la Fallaci definì una sanguinosa follia. Le esperienze di un anno di guerra vissute in prima persona vennero raccolte nel libro Niente e così sia pubblicato nel 1969.
A metà del 1968 la giornalista lasciò provvisoriamente il fronte per tornare negli USA a seguito della morte di Martin Luther King e di Bob Kennedy e delle rivolte studentesche di quegli anni. In un passaggio di Niente e così sia irride «i vandalismi degli studenti borghesi che osano invocare Che Guevara e poi vivono in case con l'aria condizionata, che a scuola ci vanno col fuoristrada di papà e che al night club vanno con la camicia di seta».
Il 2 ottobre 1968, alla vigilia dei Giochi Olimpici, durante una manifestazione di protesta degli studenti universitari messicani contro l'occupazione militare del Campus dell'UNAM, oggi ricordata come il massacro di Tlatelolco, la Fallaci rimase ferita in piazza delle Tre Culture a Città del Messico. Morirono centinaia di giovani (il numero preciso è sconosciuto) e anche la giornalista fu creduta morta e portata in obitorio: solo in quel momento un prete si accorse che era ancora viva. La Fallaci definì la strage come «un massacro peggiore di quelli che ho visto alla guerra».
Come corrispondente di guerra seguì anche i conflitti tra India e Pakistan, in Sud America e in Medio Oriente.
Nel 1969 il comandante dell'Apollo 12, Charles Conrad, alla vigilia del lancio, si recò a New York per incontrare la Fallaci e chiederle un consiglio riguardo la frase da usare al momento di mettere piede sulla Luna. Poiché Neil Armstrong aveva detto: «Un piccolo passo per un uomo, un gigantesco balzo per l'umanità», la fiorentina consigliò, dato la bassa statura di Conrad, la frase: «Sarà stato un piccolo passo per Neil, ma per me è stato proprio lungo». Il comandante, che portò con sé sulla Luna una foto di Oriana bambina con la madre, disse proprio questa frase una volta giunto sul satellite.
Gli anni '70 e l'incontro con Panagulis [modifica]
Il 21 agosto 1973 la giornalista fiorentina conobbe Alekos Panagulis, leader della Resistenza greca contro il regime dei Colonnelli[3]. Si incontrarono il giorno in cui lui uscì dal carcere: ne diventerà la compagna di vita fino alla morte di lui, avvenuta in un apparente incidente stradale il 1° maggio 1976. La storia di Panagulis verrà raccontata dalla scrittrice nel romanzo Un uomo, pubblicato nel 1979.
All'attività di reporter hanno fatto seguito le interviste a importanti personalità della politica, le analisi dei fatti principali della cronaca e dei temi contemporanei più rilevanti. Tra i personaggi intervistati dalla Fallaci: Re Husayn di Giordania, Vo Nguyen Giap, Pietro Nenni, Giulio Andreotti, Giorgio Amendola, l'arcivescovo Makarios, Alekos Panagulis, Nguyen Cao Ky, Yasser Arafat, Mohammad Reza Pahlavi, Haile Selassie, Henry Kissinger, Walter Cronkite, Indira Gandhi, Golda Meir, Nguyen Van Thieu, Zulfikar Ali Bhutto, Deng Xiaoping, Willy Brandt, l'Ayatollah Khomeini (durante l'intervista la Fallaci lo apostrofò come «tiranno» e si tolse il chador che era stata costretta ad indossare per essere ammessa alla sua presenza) e Muammar Gheddafi. Alcune di queste interviste sono raccolte nel libro Intervista con la Storia uscito nel 1974.
Nel 1975 la Fallaci e Panagulis collaborarono alle indagini sulla morte di Pier Paolo Pasolini, amico della coppia. La Fallaci sarà la prima a denunciare il movente politico dell'omicidio del poeta.
Lo stesso anno uscì il primo libro di Oriana Fallaci diverso dall'inchiesta giornalistica, Lettera a un bambino mai nato. Fu il primo grande successo editoriale della scrittrice e vendette 4 milioni e mezzo di copie in tutto il mondo.
Nel 1976 sostenne le liste del Partito Radicale, anche per le loro campagne femministe. [4]
Consegnandole la laurea honoris causa in letteratura, il rettore del Columbia College di Chicago la definì uno degli autori più letti ed amati del mondo[5] Ha scritto e collaborato per numerosi giornali e periodici, tra cui: New Republic, New York Times Magazine, Life, Le Nouvel Observateur, The Washington Post, Look, Stern, e Corriere della sera.
Insciallah e il trasferimento a New York [modifica]
Nel 1990 uscì il romanzo Insciallah in cui la scrittrice coniuga la ribalta internazionale con il racconto. Il libro è ambientato tra le truppe italiane inviate dall'ONU nel 1983 a Beirut. La Fallaci ottenne dall'allora ministro della Difesa Spadolini di essere accreditata presso il contingente italiano [6]. Il libro si apre con il racconto del primo duplice attentato suicida dei kamikaze islamici contro le caserme americane e francesi che causò 450 morti tra i soldati.
È l'ultima volta della Fallaci come inviato di guerra. Dopo l'uscita di Insciallah la scrittrice si isolò andando a vivere a New York, in un villino a due piani nell'Upper East Side di Manhattan. Qui iniziò a scrivere un romanzo la cui lavorazione, durata per tutti gli anni novanta, venne interrotta dai fatti dell'11 settembre 2001.
In questo periodo scoprì di avere un cancro ai polmoni che lei più tardi definirà «L'Alieno».
Dopo l'11 settembre [modifica]
I suoi libri e articoli sulle tematiche dell'11 settembre hanno suscitato sia elogi sia contestazioni nel mondo politico e nell'opinione pubblica. Attraverso essi la scrittrice denuncia la decadenza della civiltà occidentale che, minacciata dal fondamentalismo islamico, è incapace di difendersi.
La Fallaci riteneva che la crescente pressione esercitata negli ultimi anni dall'immigrazione islamica verso l'Europa, e l'Italia in particolare, unita a scelte politiche, a suo parere, discutibili e all'aumentare di atteggiamenti di reciproca intolleranza, fosse la dimostrazione della veridicità delle sue tesi. Secondo la sua opinione, staremmo assistendo ad un pianificato tentativo del mondo musulmano di islamizzazione dell'Occidente, istigato e supportato dal Corano e testimoniato da oltre un millennio di conflitti e ostilità tra musulmani e cristiani, tentativo che dovrebbe inevitabilmente portare ad uno scontro di civiltà.
Nel 2004 la Fallaci si schierò contro l'eutanasia relativamente al caso di Terri Schiavo, presentando le sue posizioni con un articolo apparso su Il Foglio, e contro il referendum abrogativo della legge sulla procreazione medicalmente assistita, con un articolo pubblicato dal Corriere della sera.
Dopo aver espresso per tutta la vita opinioni anticlericali e dopo essersi dichiarata "atea-cristiana", dichiarò pubblicamente la sua ammirazione verso papa Benedetto XVI, che l'ha ricevuta a Castel Gandolfo in udienza privata il 27 agosto 2005, pur ribadendo la sua posizione di non credente. L'incontro doveva rimanere segreto, ma la notizia è stata resa pubblica tre giorni dopo l'incontro, mentre i contenuti del colloquio non sono mai stati resi noti.
Nel marzo 2005 il quotidiano Libero lanciò una raccolta di firme affinché il Presidente della Repubblica conferisse alla Fallaci il titolo di senatore a vita. Vennero raccolte oltre 75.000 firme.
La morte [modifica]
La Fallaci è deceduta il 15 settembre 2006 a 77 anni, dopo un peggioramento delle sue condizioni di salute dovuto al tumore che da anni l'aveva colpita. Aveva deciso di tornare a Firenze, con grande riserbo, per passarvi i suoi ultimi giorni.
È stata sepolta nel cimitero degli Allori, di rito evangelico, ma che ospita anche tombe di atei, musulmani e ebrei, alle porte di Firenze in località Galluzzo, nella tomba di famiglia accanto ad un ceppo commemorativo di Alekos Panagulis, suo compagno di vita. Con la bara sono stati sepolti una copia del Corriere della Sera, tre rose gialle e un Fiorino d'Oro (premio che la città di Firenze, con grandi polemiche, non aveva voluto conferirle), donatole da Franco Zeffirelli.
Per sua espressa volontà larga parte del suo grande patrimonio librario è stato donato, insieme ad altri cimeli come lo zaino usato dalla scrittrice in Vietnam, alla Pontificia Università Lateranense di Roma, il cui rettore è monsignor Rino Fisichella, amico personale della scrittrice e persona che stette vicino in punto di morte alla giornalista fiorentina. Nell'annunciare la donazione Fisichella ha definito questo come l'ultimo regalo a papa Benedetto XVI per il quale la scrittrice nutriva «una autentica venerazione».
Il romanzo che la Fallaci ha interrotto di scrivere dopo gli attentati dell'11 settembre è stato pubblicato il 30 luglio 2008. Il libro, intitolato Un cappello pieno di ciliege[7], è una saga familiare che attraversa la storia italiana dal 1773 al 1889. [8]

chiara brum brum

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Citazione Priebke

Messaggio Da calculon il Gio Set 18 2008, 18:40

Cito questa intervista per farmi due risate con Samurai:

Ha suscitato polemiche che sono arrivate fino al Presidente della Repubblica l'intervista al criminale nazista Erich Priebke fino a spingere il direttore del Giornale Radio Bruno Socillo a sospendere la messa in onda prevista per sabato 11 ottobre nel contenitore radiofonico 'Inviato Speciale' di Radio 1.

L'Anpi, l'associazione nazionale partigiani italiani e l'Anfimm, un'associazione che riunisce i familiari dei caduti delle Fosse Ardeatine, hanno fatto sentire la loro voce e l'intervista realizzata da Bruno Sokolivic e' rimasta nel cassetto fino a stamane quando e' stato stabilito dovesse essere il piatto forte proposto da Radio Anch'io nel cui spazio informativo potevano trovare spazio anche altre voci accanto alla verita' raccontata dal Capitano delle SS tedesche responsabile della strage delle Fosse Ardeatine avvenuta nel marzo del 1944 a Roma dove furono massacrati 335 civili. Riportiamo, insieme al file audio allegato, il testo integrale dell'intervista.

-MI DICA LEI SUBITO COME RICORDA QUEL GIORNO ALLE FOSSE ARDEATINE DOVE LEI HA SPARATO DUE VOLTE, DOVE HA UCCISO DUE PERSONE...
Probabilmente i giovani di oggi che non hanno fatto la guerra non capiscono. Noi altri abbiamo dovuto sparare nelle Fosse Ardeatìne però non l'abbiamo fatto per odio. L'abbiamo dovuto fare per un ordine, un ordine molto importante, speciale perchè venuto direttamente da Hitler. Rifiutarsi era impossibile. Però naturalmente noi altri non abbiamo voluto fare questo. Abbiamo protestato anche e per me personalmente era una tragedia personale. In tutti questo momento che io sono stato lì vicino alle Ardeatine, che saranno state 2 ore più o meno, mi è passato come in uno stato di trans. Questo momento nelle Fosse Ardeatine mi sono scappato dalla memoria perchè era una cosa tanto orribile che dopo fra noi altri non si voleva parlare di questa cosa. ognuno voleva dimenticare più rapidamente possibile, non voleva parlare di questo, e così un è passato tutta la vita".

- NON E’ TROPPO FACILE DIRE ‘HO DOVUTO ESEGUIRE UN ORDINE’? LE SUE RESPONSABILITA’ DOVE SONO?
"Non è facile però così è la norna. Un soldato deve obbedire "

- SE LEI SI FOSSE RIFIUTIATO CHE COSA SAREBBE SUCCESSO?
"Se io avessi rifiutato, e questo lo aveva detto chiaramente il nostro capoufficio, lui davanti a noi altri, prima dell'inizio della rappresaglia, ha detto chiaramente :'Chi ha l'idea di non voler sparare allora é meglio che si metta subito tra le vittime e sarà anche lui fucilato"



- LEI IN TANTI ANNI NO HA MAI AVU10 PAROLE DI PENTIMENTO, NON HA MAI CHIESTO PERDONO. PERCHÉ' ?
"Prima di tutto io non posso pentirmi di un fatto che non ho voluto. Non era la mia voglia di partecipare. Come ho detto abbiamo tutti protestato . Allora io veramente non sento una responsabilità per dire 'io mi pento' . Poi non abbiamo saputo neanche che tra le vittime c'era un gruppo di ebrei, non lo abbiamo mal saputo".

- LEI COMUNQUE LI' PERO' C'E’ STATO. HA PREMUTO IL GRILLEIO DUE VOLTE HA UCCISO DUE PERSONE, CI SONO 335 MORTI. LEI NON SENTE QUESTO PESO? OGGI, CHE E’ CONDANNATO ALL'ERGASTOLO E SONO ORMAI 10 ANNI CHE E' DETENUTO NON SENTE IL BISOGNO DI PARALARE, DI DIRE QUALCOSASA AI PARENTI DI QUELLE VITTIME AD ESEMPIO?
"Si, assolutamente. Io parlerò can tutti quelli che vogliono venire, che vogliono parlare. Anzi ho sempre la visita di una signora, che è una parente di una vittima. Parliamo sempre amichevolmente".



- QUINDI LEI, SE QUALCHE PARENTE, SE QUALCHE FAMILIARE VOLESSE VENIRE A TROVARLA E PARLARE CON LEI, SAREBBE DISPONIBILE...
"Naturalmente con le braccia aperte, ogni ora, ogni giorno parlerò con loro e sentirò che dicono loro. Mi apro anche il cuore, se è necessario, per parlare anche di quel passato che generalmente non voglio ricordare".

- E RIFAREBBE TUTTO?
"E' facile fare una domanda così, seduto qui in una bella poltrona, non presente ad una guerra crudele, molto crudele per tutte le azioni che abbiamo dovuto sopportare...non posso risponedere se lo rifarei o no"

- SIGNOR PRIEBKE, LEI VIENE IDENTIFICATO COME IL SIIMBOLO DI UNA DELLE PAGINE PIU' TRAGICHE, PIU' BUIE DELLA NOSTRA STORIA. LEI OGGI DOPO TANTI ANNI DEL NAZISMO CHE COSA PENSA?
"Il mio ideale della gioventù era questo. Oggi la penso differentemente. Però in questa epoca non si può cancellare il passato naturalmente. Il nazionalsocialismo fa parte della mia vita da giovane , era il mio ideale anche; tutto il resto della domanda che mi ha fatto io lo spiego nel mio libro dove ho parlato del buono e del male di questa epoca".

- SI MA MI DICA QUALCOSA IN PIU'; LO STERMINIO DEGLI EBREI, L'OLOCAUSTO DOVE LO INSERISCE, CHE RIFLESSIONE FA SU QUESTO?
"Questo e' un tema molto vasto di cui non posso parlare qui; anche questo e' spiegato nel mio libro"

- MI DICE COME HA FATTO A LASCIARE L'ITALIA SUBITO DOPO LA GUERRA?"Non ho potuto piu' vivere in Italia perche' non abbiamo avuto piu' soggiorno. Non siamo nemmeno potuti tornare in Germania perche' berlino, da dove venivo, e' stata completamente distrutta e con questa anche la nostra casa. Allora ho pensato, da una proposta che ho avuto da un amico italiano che gia' stava in Argentina, di emigrare in Argentina. Allora ho accettato la proposta del mio amico e lui mi ha inviato il permesso di entrata in Argentina e cosi' abbiamo pensato di andare; perche' se io con la kia famiglia non fossi fuggito dall'Europa sarei finito in un campo profughi"

- CHI E' CHE QUI HA AIUTATO LEI, COME TANTI ALTRI, A LASCIARE IL PAESE, AD ANDARSENE?
"L'unico aiuto che ho avuto e' stato quando sono venuto a Roma a fare il passaporto. L'unico a Roma che mi ha aiutato e' stato il vescovo Hudal, un vescovo austriaco che stava qui a Roma"

- COME L'HA AIUTATA?
"Io ho fatto visita a lui e quando gli ho fatto il mio nome lui ha detto che gli faceva molto piacere aiutare proprio me. Lui mi ha indirizzato alla Croce Rossa internazionale"

- E' CON IL PASSAPORTO CHE HA AVUTO GRAZIE ALLA CROCE ROSSA CHE E' ANDATO IN ARGENTINA?
"Io e mia moglie siamo dovuti venire a Roma dove lei ha avuto il suo passaporto insieme a quello dei due bambini e con questo siamo andati in Argentina"

- SENTA SIGNOR PRIEBKE, LEI LO SCRIVE NEL LIBRO, LEI DICE ORMAI DI ESSERE ANZIANO E DI NON AVERE PIU' MOTIVO DI MENTIRE. ALLORA MI DICA SINCERAMENTE COME FUNZIONAVA IN QUEL PAESE LA RETE, IL SISTEMA DI PROTEZIONE PER MOLTI CRIMINALI NAZISTI CHE LI' SI SONO NASCOSTI
"C'era una certa tutela probabilmente. Non lo so se era un sistema, non lo so se loro hanno fatto una protezione speciale per Aismal e Menghele; non lo so, non lo posso dire. Dicono che sono molti i criminali".

- MA LEI NON SA NIENTE?
"No.non ho conosciuto nessun altro"

- C'ERA ANCHE UN AIUTO. LEI SI E' SENTITO SICURO IN ARGENTINA PER TANTI ANNI...
"No, io l'ho sentito dai giornali sopo questo. Pero' ho avuto un conoscente che si e' trasferito da Buenos Aires a Bariloche e mi ha detto, riguardo la questione Menghele, che quell'uomo ha vissuto di fronte alla sua casa a Buoenos Aires con il suo nome, capisce? Solamente dopo, quando si e' accorto chi stava dietro lui e' sparito dall'Argentina"

- CON QUESTO CHE VUOL DIRE?
"Voglio dire che l'Argentina non ha saputo probabilmente che era un criminale di guerra".

- LEI DAVVERO PENSA QUESTO?
"Si', veramente. Non c'era nessuna organizzazione tedesca che proteggeva questa gente"

- A BARILOCHE, DOVE LEI HA VISSUTO PER TANTI ANNI, CI SONO ANCORA EX MILITARI TEDESCHI, EX COMBATTENTI, EX SS CHE LEI HA CONOSCIUTO?
"Si', sono li'. Pero' voglio ricordare un amico che sta a Buenos Aires; e' il signor Van Hovven, che ha scritto anche un libro sulla sua esperienza come stretto collaboratore del ministro Goebbels".

- LEI CONOSCE LA SOLUZIONE DI ALCUNI MISTERI. AD ESEMPIO HEINRICH MULLER, IL CAPO DELLA GESTAPO, L'UOMO CHE IL TRIBUNALE DI NORIMBERGA HA RICONOSCIUTO COME IL VERO ARCHITETTO DELLO STERMINIO DEGLI EBREI. NESSUN L'HA MAI TROVATO, LEI COSA SA?
"Tutte le polizie del mondo, tutti i servizi del mondo lo hanno cercato. Recentemente avevano saputo il luogo dove lui ha vissuto nascosto sotto un falso nome fino algi ultimi giorni della sua vita".

- DOVE?
"Non volgio dirlo per ragioni personali"

ALLORA PER CAPIRE, IN EUROPA O FUORI DALL'EUROPA?
"Non lo volgio dire...eh,eh

- E DELLA FUGA DI KAPPLER, IL SUO COMANDANTE, DALL'OSPEDALE MILITARE DEL CELIO DI ROMA NEL 1977?
"Io nel 1978 ho fatto il mio primo viaggio con mia moglie in Europa e naturalemnte in Germania e fra le tante visite che abbiamo fatto anche la visita alla signora, la vedova del mio ex comandante la signora Annalisa Kappler. Lei mi ha parlato della fuga del mio amico Evan Kappler dall'ospedale militare del Celio e ha detto che e' stata aiutata da qualche persona. Pero' ufficialmente lei ha detto che ha sempre agito da solaper non coinvolgere le persone, specialmente un giovane suo familiare. Questo uomo pochi anni fa mi ha visitato qui a Roma e mi ha confermato la storia di Annalisa. Dietro questa fuga probabilmente c'era un gruppo di persone. In Germania fu ricevuto da un altro gruppo di persone, amici, collaboratori e fra di loro anche uno che e' stato giudicato e assolto qui a Roma dal Tribunale militare"

- CHE COSA SI APSETTA E CHE COSA CHIEDE ALLO STATO?
"Io spero di essere libero un giorno per poter abbracciare mia moglie che vive malata in Argentina e che chiede la mia liberta'. Allora chiedo che mi diano la grazia come ha chiesto mia mogli a da molti anni".

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